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La crisi d’impresa in Italia, quali scenari per il futuro?

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Giovedì, 4 Dicembre, 2014 - 07:37
Autore: Gillespie

Si è tenuto a Milano il convegno “Le crisi d’impresa in Italia”, organizzato da Movent Capital Advisors e da Tonucci & Partners. I relatori hanno analizzato luci e ombre del settore dopo la riforma Monti e preso in considerazione lo scenario attuale e le prospettive possibili.

Secondo Alberto Daina, managing partner di Movent Capital Advisors, “In Italia esiste una grandissima zona “grigia” di medie imprese che, pur presentando prodotti, conti economici e prospettive potenzialmente interessanti si trascinano spesso stati patrimoniali sbagliati con indebitamenti ed altre “scorie”, figlie di scelte errate fatte in epoche molto diverse da quella attuale. Il rilancio quindi di queste aziende implicherebbe non solo la ricerca di capitali freschi per lo sviluppo ma spesso la contestuale sistemazione e messa in sicurezza di situazioni debitorie potenzialmente pericolose. Un tale contesto farebbe pensare all’Italia come a una terra di conquista per operatori istituzionali specializzati nelle operazioni di rilancio o“ turnaround”, ma i dati di mercato mostrano il contrario come emerge da un recente studio dell’Università Luic-Cattaneo di Castellanza che evidenzia la drastica riduzione sia delle operazioni che degli operatori attivi in Italia.

L’assenza quindi di capitali di rischio ha portato parte delle imprese in difficoltà all’utilizzo spesso indiscriminato del nuovo strumento del cosiddetto “Concordato in bianco” che, in qualche modo, è andato a sostituire gli accordi di ristrutturazione ex-art 182-bis LF, con piani industriali molte volte troppo ottimistici, resi fragili dall’assenza di capitali freschi, nuovo management e scarsa o nulla finanza bancaria di funzionamento e che, nella maggior parte dei casi, sfocia poi in un fallimento.

Infine rimane un problema culturale legato al fatto che spesso l’imprenditore fa fatica a staccarsi dalla gestione diretta dell’azienda e rivolgersi all’esterno anche quando i contesti competitivi e le criticità operative sono diventati molto più complessi da affrontare e soprattutto quando l’azienda inizia a dare i primi segni di difficoltà.

In un contesto quindi che presenta lacune strutturali (poco capitale di rischio) e modalità di risoluzione delle crisi spesso inefficaci (come il concordato), occorre che il sistema “banca- professionista d’impresa-investitore” trovi autonomamente modalità di intervento più tempestive e coordinate con l’obbiettivo di minimizzare i costi finanziari e sociali dei salvataggi.

Lo stato della legislazione italiana e comunitaria sulla crisi d'impresa è stato tracciato da Alessandro Pellegatta, dirigente Credito Anomalo di Banca Popolare Commercio & Industria (Gruppo UBI), che ha affrontato il tema dei possibili sviluppi per migliorare l'efficienza e l’efficacia dei piani di risanamento, anche alla luce delle indicazioni della Raccomandazione UE del 12 marzo 2014 n.135 sull’armonizzazione delle normative nazionali in tema di credito non performing. Pellegatta ha poi esaminato le regole EBA e il Meccanismo di Vigilanza Unico per le banche, includendo l’Asset Quality Review (AQR) e i requisiti di capitale e ha analizzato gli stock di credito deteriorato e le possibili vie di uscita operative per il ceto bancario. Anche le imprese italiane nei prossimi anni, visto che le banche saranno spinte a disporre di capitali di vigilanza sempre maggiori, onde superare la difficoltà di accesso al credito, dovranno poter utilizzare fonti alternative al credito bancario, quali shadowbanking, mini-bond e attività di turnaround. “L’Italia, rispetto agli altri Paesi europei, non ha ancora sviluppato l’uso dei fondi di turnaround come strumento di possibile uscita dalla crisi per l’azienda. In UK, Germania e Francia gli operatori di turnaround investono tra i 30 e i 100 milioni di euro l’anno per ristrutturazioni aziendali, in Italia soltanto 3 milioni di euro; questo significa che abbiamo un mercato ancora tutto da sviluppare. C’è un gran bisogno di questi strumenti, che tra l’altro possono essere altamente remunerativi per gli investitori, oltre a fornire una risposta importante al sistema economico italiano”, ha detto Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI.

Guido Motti, Partner dello Studio Legale Tonucci & Partners, è intervenuto in merito alla sorte dei contratti bancari in caso di istanza di concordato preventivo nelle more dell’esecuzione del contratto medesimo, partendo da un esempio assai frequente nella pratica. Motti ha inquadrato brevemente l’art. 169-bis della legge fallimentare alla luce della riforma e dei dubbi interpretativi suscitati dalla giurisprudenza nell’ambito del mutamento di scenario degli strumenti di risoluzione della crisi di impresa prima e dopo la riforma Monti. Durante la tavola rotonda l’avv. Motti è intervenuto nella discussione in merito al “boom” dei concordati in bianco ed ha precisato come la situazione sia nel frattempo cambiata, complici le modifiche legislative intervenute dopo il Decreto Monti.

 Gualtiero Marcobi e Francesco Gallotti, Senior Partner di Movent Capital Advisors, hanno parlato del “lato impresa” quale entità che produce ricchezza e della “solitudine dell’imprenditore” che, nella migliore delle ipotesi, rimanda ad azioni future il recupero di competitività e marginalità dell’impresa. Gli stakeholder – istituti di credito, collegi sindacali, revisori dei conti e consulenti – hanno spesso visioni ex post (bilanci, semestrali) della situazione, analizzano macro numeri economici finanziari e hanno proprie logiche che, spesso, non gli permettono di intervenire in tempo per salvare l’impresa. Ciò comporta una oggettiva mancanza di percezione della immediatezza ed intensità del rischio ed un inefficiente utilizzo delle risorse di sistema, che spesso porta ad una perdita di valore per tutti i soggetti coinvolti.

Da qui, la necessità che gli stakeholder, nell’interesse comune, trovino dei meccanismi operativi per affiancare all’imprenditore un advisor indipendente super partes (scelto dagli stakeholder e remunerato dall’imprenditore), dotato di capacità imprenditoriali e che possa essere punto di riferimento e garante dell’attuazione delle iniziative opportune di supporto dell’azienda in crisi. L’ammissione al concordato deve essere vista come l’ultima via di uscita.

Marco Cavazzutti, Responsabile Underwriting Restructuring di Unicredit S.p.A., ha parlato dell’ottica della banca nella crisi d'impresa, esaminando le valutazioni e i rischi connessi ai crediti pregressi e alla “nuova finanza”.

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