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Disuguaglianze in crescita e democrazie in affanno: l’allarme di Oxfam sullo stato sociale dell’Italia e del mondo

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Martedì, 20 Gennaio, 2026 - 10:19
Autore: Gillespie

La povertà globale, dopo anni di promesse e strategie, resta sostanzialmente immobile. È il triste quadro che emerge dal rapporto di Oxfam che sottolinea come la povertà estrema torni a crescere in Africa. A livello mondiale, quasi metà della popolazione vive in condizioni di povertà e una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare. Un immobilismo che pesa come un macigno e che apre la strada a un’analisi più ampia, quella che lega la disuguaglianza economica alla salute delle democrazie.

Gli estensori del rapporto parlano di un “circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico”. Una dinamica che, secondo Oxpam permette agli individui più ricchi di orientare le scelte pubbliche a proprio vantaggio, sottraendo attenzione e risorse ai gruppi sociali più vulnerabili, già penalizzati da una rappresentanza politica debole e frammentata. Il potere economico, si legge, facilita l’accesso ai centri decisionali, talvolta in modo invisibile, altre volte in maniera diretta. E la concentrazione della proprietà dei media e dei social network nelle mani delle élite amplifica ulteriormente questo squilibrio, condizionando il discorso pubblico e screditando ogni alternativa egalitaria.

Il rapporto avverte che le politiche che hanno prodotto disuguaglianze e conflitti richiedono ormai strumenti sempre più coercitivi per essere mantenute. Si parla di processi di autocratizzazione rapidi, come quello osservato negli Stati Uniti, e di derive più lente ma altrettanto insidiose in molte altre aree del mondo. L’effetto combinato è l’erosione delle istituzioni democratiche, la compressione della libertà di espressione, la criminalizzazione del dissenso e un linguaggio pubblico sempre più aggressivo, che normalizza la riduzione dei diritti.

A fare da cornice teorica arriva una citazione che risuona con forza nel presente. Il giurista e giudice della Corte Suprema statunitense Louis Brandeis avvertiva già un secolo fa: “Dobbiamo scegliere. Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani. Ma non possiamo avere queste due cose assieme”. Una frase che oggi sembra descrivere con precisione chirurgica la frattura che attraversa molte società.

Il rapporto insiste sul fatto che disuguaglianze elevate rappresentano un vero e proprio fallimento democratico. Corrodono il tessuto morale, spezzano il senso di appartenenza, minano la fiducia reciproca. La società si trasforma in un mosaico di isole separate, incapaci di comunicare, dove gli “io” prevalgono sugli “altri”. E quando lo sguardo si sposta dai singoli ai territori, l’immagine diventa quella di un arcipelago diviso tra luoghi che contano e luoghi che non contano. In questi ultimi, sempre più numerosi, il disagio si traduce in esclusione, perdita di opportunità e, inevitabilmente, in un voto di rottura, spesso intercettato da forze populiste o estremiste. Proposte di cambiamento che promettono molto, mantengono poco e rischiano di accelerare ulteriormente l’involuzione democratica.

In questo scenario globale, l’Italia non fa eccezione. Anzi, viene definita “il Paese delle fortune invertite”. Secondo il rapporto, l’azione di governo appare sempre più orientata a premiare gruppi sociali e territori già avvantaggiati, trascurando chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Una tendenza che, unita a segnali di torsioni illiberali, mette a rischio i principi democratici.

I numeri sulla ricchezza parlano da soli. Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro, arrivando a detenere complessivamente 307,5 miliardi distribuiti tra 79 individui. Il 10% più ricco possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera, un divario cresciuto sensibilmente rispetto al 2010. E se la ricchezza nazionale è aumentata di oltre 2.000 miliardi negli ultimi quindici anni, il 91% di questo incremento è finito nelle mani del 5% più ricco, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7%. Oggi il top 5% detiene quasi la metà della ricchezza nazionale, più di quanto possieda il 90% più povero.

A questo si aggiunge un fenomeno che il rapporto definisce “ereditocratico”: il peso crescente delle eredità nella formazione della ricchezza. Nei prossimi dieci anni si stima che passeranno di mano almeno 2.500 miliardi di euro, in un contesto in cui il prelievo fiscale sulle successioni resta tra i più bassi d’Europa. Un meccanismo che rischia di cristallizzare le disuguaglianze e ridurre ulteriormente la mobilità sociale.

Sul fronte della povertà, il bilancio dei primi due anni del Governo Meloni viene descritto come sconfortante. Nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di persone, non disponevano delle risorse necessarie per un paniere minimo di beni e servizi essenziali. La povertà assoluta, cresciuta in modo impressionante dal 2014, appare ormai stabilizzata su livelli molto elevati e, secondo le stime governative, destinata a rimanere tale anche nei prossimi anni.

Tag: 
Povertà
Oxfam

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