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Agentic AI: rivoluzione in arrivo, ma i broker non devono temere

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Mercoledì, 28 Gennaio, 2026 - 10:04
Autore: Gillespie

L’idea che l’intelligenza artificiale diventi sempre più autonoma, capace cioè di agire come un vero e proprio “agente” decisionale, è ormai al centro del dibattito nel settore assicurativo e, come emerso dall’ITC London 2026, sta rapidamente diventando una questione pratica e non più solo teorica.

Secondo quanto riportato da Insurance Business, un panel di leader IT e assicuratori ha convenuto che gli agenti AI arriveranno a ridisegnare flussi di lavoro, ridistribuire valore e costringere le imprese a ripensare modelli operativi e organizzativi, ma ha anche sottolineato che la competenza umana resterà il cuore dei nuovi modelli di business.

Per ora, come ha spiegato Magdalena Ramada Sarasola, global insurtech innovation lead di WTW, il settore si trova ancora in una fase di transizione: “Siamo passati dall’automazione all’augmentazione, e molte organizzazioni sono ancora in quel percorso, automatizzando e integrando processi. Ora stiamo andando verso l’autonomia e i sistemi autonomi”. In pratica, l’AI oggi funziona molto bene dove il lavoro è ripetitivo e basato sui dati: estrazione di informazioni dalle submission, precompilazione di file di underwriting, attività di routine che prima divoravano tempo. Ma esiste una realtà “80/20”, come l’ha definita Sarasola: l’80% dei casi può essere gestito dall’AI, ma il restante 20% richiede giudizio contestuale, comprensione delle ambiguità e valutazione del rischio, cioè quella parte in cui il fattore umano è insostituibile. E qui sta il punto: la tecnologia può fare molto, ma non può ancora sostituire la capacità di interpretare situazioni complesse e sfumate, soprattutto nelle linee commerciali più articolate.

Juan de Castro, Coo di Cytora, piattaforma di digitalizzazione del rischio acquisita lo scorso anno da Applied Systems, vede invece la svolta imminente. Il suo ragionamento è semplice ma efficace: ogni nuova tecnologia passa da una fase iniziale di miglioramento incrementale a una successiva di ridefinizione del modello operativo. “Con qualsiasi nuova tecnologia come l’AI, nei primi anni tutti pensano a come fare esattamente quello che stanno facendo oggi, solo un po’ meglio. È così che l’AI è stata usata negli ultimi anni”, ha detto de Castro, citando l’esempio di Rolls-Royce che prima usò i sensori per ridurre i costi di manutenzione e poi cambiò completamente il modello: possedeva i motori e li affittava in base all’utilizzo. 

Questo tipo di trasformazione, secondo de Castro, è dietro l’angolo anche nell’assicurazione, soprattutto nel brokeraggio, dove l’AI potrebbe automatizzare flussi di lavoro di placement e accelerare la selezione dei carrier più propensi a quotare un rischio, riducendo l’attrito nelle richieste di dati e chiarimenti. In teoria, ciò consentirebbe ai broker di rivolgersi a più compagnie senza aumentare lo sforzo, migliorando i risultati per i clienti.

Sarasola ha anche ricordato come i modelli di linguaggio stiano finalmente rendendo possibile un obiettivo a lungo inseguito: polizze leggibili dalle macchine e contratti computabili. Compiti che una volta richiedevano mesi, ora possono essere svolti in modo dinamico, aprendo la strada a una maggiore integrazione tra pricing, claims e riserve. Tuttavia, il panel ha messo in chiaro che non bisogna sovrastimare le capacità dell’AI nel breve termine. “I livelli di astrazione e i diversi tipi di informazioni sensoriali non fanno ancora parte di questi modelli”, ha detto Sarasola, sottolineando che esistono ancora ostacoli tecnici importanti e che non è detto che si risolvano nei prossimi dieci anni.

E poi c’è il capitolo cultura e talenti, che spesso pesa più della tecnologia stessa. Con una fetta significativa della forza lavoro assicurativa vicina alla pensione, i relatori hanno sottolineato l’importanza di catturare il know-how istituzionale e, al contempo, rassicurare i professionisti: l’AI è un compagno di lavoro, non un sostituto. Scott Sayce, chief innovation officer di DUAL Group, ha sintetizzato bene il punto: “Possiamo avere tecnologia fenomenale in questo settore, ma cultura e talenti determinano se quella tecnologia viene effettivamente usata, e nel modo giusto”. E ha aggiunto una nota che suona quasi come un monito: “Sì, dobbiamo muoverci velocemente, ma se ci muoviamo troppo velocemente, rischiamo di perdere talenti”.

Insomma, l’AI agentica non è una minaccia imminente per i broker, ma una forza che richiederà una ridefinizione dei ruoli, un salto nella capacità di gestione del cambiamento e una nuova consapevolezza su ciò che rende il valore assicurativo davvero umano. L’autonomia sta arrivando, ma la domanda vera resta: chi saprà governarla senza perdere la parte più preziosa del business, l’esperienza?

Tag: 
AI
Intelligenza artificiale

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