
La previdenza complementare italiana entra in una fase di trasformazione regolatoria che apre nuove opportunità per gli iscritti ma, al tempo stesso, solleva criticità operative e interpretative tutt’altro che marginali. È questo il quadro emerso dal seminario organizzato a Roma da Assoprevidenza e PwC Italia, occasione nella quale si è discusso dell’implementazione delle nuove forme di prestazione introdotte dal recente intervento normativo e delle implicazioni per i fondi pensione.
Al centro del dibattito, la necessità di rendere operative tre nuove modalità di erogazione del montante: la rendita a durata definita, i prelievi programmati e la prestazione frazionata. Soluzioni che ampliano la flessibilità per gli aderenti, ma che impongono una revisione profonda di processi, regolamenti e infrastrutture operative.
In questo contesto, Sergio Corbello, Presidente di Assoprevidenza, ha evidenziato come la tempistica prevista per l’attuazione delle nuove norme appaia difficilmente sostenibile. “Irrealistico il termine del 1° luglio per applicare le nuove norme”, ha affermato, richiamando la complessità delle attività necessarie, dalla revisione degli statuti dei fondi all’adeguamento dei sistemi informativi, fino alla gestione della comunicazione agli iscritti. Per questo motivo, è stato evocato un possibile slittamento al 1° gennaio 2027 o, in alternativa, un approccio più flessibile da parte delle autorità di vigilanza.
Le tre nuove forme di prestazione rappresentano un cambiamento significativo nel modello tradizionale della previdenza complementare. La rendita a durata definita si basa su tavole di sopravvivenza ISTAT e prevede un’erogazione temporanea; la soluzione dei prelievi consente all’iscritto di attingere periodicamente al montante entro limiti prefissati; la prestazione frazionata, infine, distribuisce il capitale su un orizzonte minimo di cinque anni, configurandosi come l’opzione più lineare sul piano applicativo.
Se da un lato l’impianto normativo risponde a una domanda crescente di flessibilità da parte degli iscritti, dall’altro emergono interrogativi sulla tenuta del sistema rispetto alla missione previdenziale originaria. Il rischio evidenziato dagli operatori è quello di una possibile scopertura nella fase avanzata della vita del pensionato, quando le prestazioni complementari si esauriscono lasciando spazio esclusivamente al trattamento pubblico, sempre meno adeguato al costo della vita.
In questo scenario si inserisce anche il contributo di Mario Pepe, presidente della COVIP, che ha richiamato l’attenzione sul tema del patto intergenerazionale e sulla necessità di rafforzare la capacità del sistema di sostenere investimenti di lungo periodo nell’economia reale. “Solo i grandi fondi, di lunghissima prospettiva, sono in grado di assorbire il rischio di illiquidità”, ha osservato, indicando come modelli internazionali possano rappresentare un riferimento per l’evoluzione del sistema italiano.
Sul piano operativo, il seminario ha evidenziato una serie di nodi tecnici ancora aperti. Tra questi, la definizione delle tavole ISTAT di riferimento per il calcolo delle prestazioni, la disciplina fiscale applicabile alle nuove forme di erogazione, la gestione della designazione dei beneficiari e le criticità legate alla non cumulabilità con strumenti già esistenti come la RITA. Elementi che, secondo Assoprevidenza, richiedono chiarimenti rapidi e coordinati per evitare incertezze applicative tra gli operatori.
Un ulteriore profilo critico riguarda la gestione del rischio di longevità e la copertura delle spese sanitarie e assistenziali nella fase post-lavorativa. Il tema della Long Term Care emerge infatti come una delle principali direttrici evolutive del sistema. La proposta condivisa dagli operatori va nella direzione di soluzioni collettive e obbligatorie, attivate già durante la fase contributiva, così da distribuire nel tempo il costo della protezione.
Il contributo di PwC Italia, attraverso l’intervento di Francesco Cuzzucrea, Partner PwC Italia, ha posto l’accento sulla necessità di integrare le nuove prestazioni con coperture assicurative aggiuntive, in particolare LTC e polizze per malattie croniche. Le analisi presentate indicano che la costruzione di tali strumenti in fase di accumulo risulta significativamente più efficiente rispetto a soluzioni attivate al momento del pensionamento.
Dal confronto tra i fondi pensione emerge una convergenza su alcuni punti chiave: la centralità del rischio di non autosufficienza nella fase avanzata della vita, la necessità di rafforzare la comunicazione verso gli iscritti distinguendo tra informazione ed educazione previdenziale, e l’esigenza di regole chiare nella gestione del decumulo in presenza di mercati finanziari volatili.
Accanto a questi elementi, resta il tema della complessità gestionale per i fondi, soprattutto per quelli negoziali, chiamati a sviluppare competenze e infrastrutture per l’erogazione diretta delle prestazioni. Una trasformazione che, secondo gli operatori, richiederà gradualità, standardizzazione delle regole e un rafforzamento del coordinamento tra istituzioni, vigilanza e mercato.
La previdenza complementare si trova così in una fase di riequilibrio tra maggiore libertà di scelta per gli aderenti e crescente complessità di gestione per gli operatori. Un equilibrio ancora in costruzione, destinato a ridefinire nei prossimi anni il rapporto tra accumulo, decumulo e protezione del rischio lungo l’intero ciclo di vita previdenziale.