
L’instabilità vissuta a livello globale nel corso del 2016 ha segnato l’inizio di un nuovo periodo caratterizzato da un crescente rischio politico che nei prossimi tre anni aumenterà l’incertezza in tutto il pianeta.
Una previsione non troppo rassicurante quella di Verisk Maplecroft, società londinese specializzata nella consulenza dei rischi per le multinazionali.
Brexit, presidenza Trump e la maggiore determinatezza del governo cinese, sono i principali driver di questa nuova fase di globale instabilità, secondo il report Political Risk Outlook 2017 di Verisk.
Il nuovo assetto mondiale rappresenta un cambiamento di paradigma per quanto riguarda il rischio politico che aumenterà il livello di incertezza in tutto il mondo da qui al 2019.
Nell’arco dei prossimi tre anni Verisk Maplecroft prevede che tutte le aree del pianeta registreranno una diminuzione della stabilità dei governi.
Secondo i dati del report, saranno il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana le regioni più esposte al rischio instabilità, con un tasso di probabilità stimato fra il 41% e il 46%.
In Europa il profilo più a rischio è ovviamente la Gran Bretagna, dove la Brexit ha alzato al 69% la probabilità che la stabilità del governo vada in frantumi entro il 2019. Prospettive di alta incertezza che riguardano anche Francia, Germania e Italia dove però, in tutti e tre i Paesi, la traiettoria del rischio potrebbe andare in entrambe le direzioni a seconda dei risultati delle prossime elezioni.
Dall’altra parte dell’Atlantico la presidenza Trump non rappresenta certo un fattore di stabilità, ma considerati i molteplici i fronti di conflitto aperti in poche settimane, il profilo di rischio degli Stati Uniti è previsto in deciso rialzo.
Se l’impostazione economica di Trump votata al protezionismo dovesse proseguire, si andrebbero a limitare le prospettive di crescita, colpendo il commercio internazionale, portando il Paese lungo una china che non potrebbe che nuocere all’economia statunitense.
Tra le prime misure prese da Donald Trump c’è la firma sull’ordine esecutivo per ritirare gli Usa dall’accordo commerciale Trans-Pacifico (Ttp, comunque non ancora ratificato), come promesso durante la campagna elettorale. Gli Stati Uniti, dopo l’uscita dal Ttp, saranno danneggiati sul lungo periodo a vantaggio dell’economia asiatica e da una globalizzazione che non vedrà più gli Usa al centro della scena.
Il protezionismo che sembra permeare Trump e i suoi sostenitori rientra in una visione poco razionale, guidata da un’idea distorta di ritorno all’età dell’oro del settore manifatturiero che non troverà riscontri, ma che sarà piuttosto caratterizzata da imposte e alleggerimenti normativi.
Il Messico pagherà il prezzo più alto di questa fase protezionistica che potrebbe spingere il Paese in una fase di recessione. Inoltre, la retorica bellicistica di Trump non farà altro che rafforzare il sentimento anti-Usa dei paesi oltre il confine del Sud.
L’ondata di ottimismo che ha dominato il Brasile e l’Argentina in favore di uno spostamento politico nel 2016 verso un leadership più moderata si è invece rapidamente dissipata. Il risultato è che proprio nei due paesi sudamericani è in forte aumento il rischio di interruzione delle attività produttive.