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Per le PMI il credit crunch è sempre un grosso problema

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Lunedì, 14 Ottobre, 2013 - 09:43
Autore: Gillespie

PMI e autonomi italiani meno pessimisti verso alcuni dei principali indicatori economici. Ma se le previsioni sull’export sembrano positive, cala la propensione ad investire in innovazione, e il credit crunch resta il problema principale. Persiste lo stato di sottoassicurazione, complici le difficoltà economiche ma anche una scarsa cultura del rischio. Sono questi alcuni dei risultati dell’indagine condotta da IPSOS per AXA su 8 Paesi tra cui l’Italia, e presentata in anteprima nei giorni scorsi a Roma nel corso dell’Italian AXA Forum 2013.

Entrando nel dettaglio dei risultati dello studio, anche se il 54% degli intervistati ha registrato un peggioramento del fatturato negli ultimi 12 mesi, il 72% del campione pensa di frenare la discesa e mantenersi sugli stessi livelli anche l’anno prossimo, se non di invertire l’andamento. Allo stesso modo la redditività che – in calo nei passati 12 mesi per il 59% degli intervistati - tende alla stabilità per il 45% tra PMI e autonomi. In chiaroscuro le previsioni occupazionali: l’89% si aspetta di poter mantenere stabile il numero di dipendenti. La positiva leva dell’export è sfruttata dal 40% delle PMI, mentre rallenta la propensione agli investimenti in innovazione, a denotare ancora una difficoltà delle aziende a proiettarsi nel lungo periodo: il 75% degli intervistati (70% PMI, 79% autonomi) non farà investimenti in innovazione.

Il grande problema ha sempre lo stesso nome: si chiama credit crunch. Nei passati 12 mesi, il 76% degli intervistati (83% PMI, 69% autonomi) dichiara di aver avuto problemi con il ritardo nei pagamenti da parte dei clienti. Il 31% delle PMI ha chiesto supporto finanziario ad una banca e di queste solo una su tre ha poi ottenuto il finanziamento. Per questa ragione cala nel campione la propensione a chiedere finanziamenti alle banche, che nei prossimi 12 mesi scenderà dal 31% al 17%.

Il quadro non migliora quando si entra nel merito della crescita del business, su cui il panel di intervistati si esprime evidenziando diversi ostacoli, legati soprattutto ai costi fissi: la pressione fiscale (97%), l’aumento dei prezzi di benzina, energia, beni e affitti (88%), il peso della burocrazia amministrativa (85%). Seguono la scarsa liquidità (75%) e la scarsa domanda da parte dei clienti (74%).

Numerose sono le incognite che spaventano PMI e autonomi. Tra i rischi a cui è esposto il proprio business, gli intervistati hanno individuato, in maniera spontanea: il default (28%), il calo della domanda (24%), la crisi (14%), la mancanza di liquidità (13%) e le tasse (9%). E su una lista di rischi suggeriti dall’indagine, l’87% del totale ha dichiarato che il costo della tassazione rappresenta il rischio maggiore per la propria attività, seguito immediatamente dalla recessione economica per l’86%, dai costi della regolamentazione per il 71%, dall’aumento dei costi fissi (energia, salari) e dai mancati pagamenti per il 69%. Sul fronte della business continuity, solo 1 azienda su 10 (23% PMI e 5% lavoratori autonomi) dichiara di avere un piano per la gestione del rischio. Le ragioni risultano principalmente legate alle dimensioni ridotte del business (58% del totale) o semplicemente al fatto di non vederne la necessità (42%) o a non averci mai pensato (17%).

Sempre sottovalutato lo strumento assicurativo. Interrogati sul tipo di prodotti finanziari o assicurativi in loro possesso, gli intervistati hanno dichiarato di possedere un conto corrente bancario (PMI 99%, lavoratori autonomi 97%) e circa la metà ha richiesto un prestito (PMI 52%, lavoratori autonomi 41%). Le polizze assicurative più comuni in loro possesso – di cui si dichiarano peraltro soddisfatti – sono Assicurazione incendio/furto ed altri danni ai beni aziendali (71%), Rc Auto (70%), Responsabilità Civile verso terzi (69%, per danni causati a terzi durante lo svolgimento del lavoro) e Responsabilità Civile del datore di lavoro (40%). Non pensano, invece, all’utilità di coperture aggiuntive e ai relativi benefici per l’azienda (ad esempio fiscali). Sono ancora poco diffuse le polizze assicurative sul capitale umano (i.e. key man, malattia per dipendenti, etc.) o coperture per responsabilità (i.e. ambientale) o per danni alla proprietà (i.e. interruzione di attività).

Il web viene sempre più utilizzato per prendere informazioni, ma per acquistare le coperture ci si rivolge sempre all’intermediario: 1 imprenditore su 4 ha cercato informazioni su internet prima di acquistare un prodotto assicurativo o bancario. Di questo 25%, nemmeno la metà (43%) sostiene di aver poi effettivamente acquistato il prodotto. Circa il canale attraverso cui gli intervistati desiderano ricevere informazioni su ulteriori coperture (e-mail, telefonate, lettere, …) il preferito è senza dubbio il contatto personale (ritenuto importante da più della metà degli intervistati). La fonte principale di consulenza professionale rimane quella dei commercialisti (81% degli intervistati, di cui PMI il 77%, autonomi l’85%). Seguono le reti assicurative, scelte dal 26%, che assumono – insieme agli advisor bancari - un ruolo centrale di interlocutori nella consulenza su prodotti e servizi di protezione.

Sebbene il panel di intervistati riconosca il ruolo delle assicurazioni come interlocutori nella consulenza su prodotti e servizi di protezione, sussiste ancora una scarsa consapevolezza sul ruolo dell’assicurazione come facilitatore dell’accesso al credito. È ancora alto, infatti, il numero (39% PMI e 42% autonomi) di coloro che ritengono che l’assicurazione non faciliti l’accesso al credito, per quanto 1 intervistato su 3 ci creda e il 28% degli autonomi e il 25% delle PMI ritenga che sia una possibilità. “L’indagine AXA-IPSOS – ha sottolineato Frédéric de Courtois, Amministratore Delegato di AXA in Italia – conferma lo stato di cronica sottoassicurazione delle PMI e degli autonomi italiani. In Italia la penetrazione assicurativa resta tra le più basse in Europa sul settore danni non auto, con una spesa assicurativa delle PMI italiane pari ad 1/3 della media europea. Si tratta di un fatto non solo economico e sociale, ma soprattutto culturale. È nostro dovere accompagnare le imprese, soprattutto in momenti di difficoltà, verso una migliore comprensione dei molteplici rischi a cui possono andare incontro, offrendo risposte semplici e servizi di consulenza di qualità”. 

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