
A quasi cinquant’anni dal disastro di Seveso del 10 luglio 1976, il mercato assicurativo italiano continua a mostrare una vulnerabilità strutturale nella gestione dei rischi ambientali. Secondo un’elaborazione dell’Osservatorio Pool Ambiente sui dati della terza rilevazione statistica dell’ANIA, solo lo 0,89% delle imprese italiane risulta oggi coperto da una polizza di responsabilità ambientale.
Il dato, che comprende microimprese, PMI e grandi gruppi, evidenzia un divario significativo tra esposizione al rischio e livello di protezione assicurativa. Nel 2023, tuttavia, il settore ha registrato la crescita più rapida della serie storica: +32,6% di polizze attive, per un totale di 8.696 coperture, contro le 6.558 dell’anno precedente.
La distribuzione settoriale conferma un quadro disomogeneo. Il comparto dei rifiuti guida la diffusione con il 22,62%, seguito dal chimico con il 14,08% e dal petrolifero con il 6,55%. Molto più arretrati risultano invece i settori siderurgico e metalmeccanico (0,94%), i trasporti (0,64%) e il comparto civile, commerciale e turistico, fermo allo 0,16%. Un’eccezione è rappresentata dalle attività presso terzi, che nel 2023 hanno registrato un incremento dell’81%, trainate soprattutto dalla domanda legata ai contratti pubblici e privati.
A livello territoriale emergono forti differenze. Il Veneto, con il 2,11%, e il Friuli Venezia Giulia, con l’1,11%, guidano la classifica delle regioni più assicurate, seguite da Basilicata, Lombardia e Umbria. Solo queste cinque aree superano la soglia dell’1%, mentre il Sud resta complessivamente sotto la media nazionale, con la Campania ultima con lo 0,42%.
Tommaso Ceccon, presidente dell’Osservatorio Pool Ambiente, ha osservato: “In Italia manca ancora una cultura assicurativa ambientale matura”, sottolineando come l’esperienza normativa del Veneto dimostri l’efficacia di strumenti regolatori mirati nella diffusione delle coperture.
Il nodo centrale resta l’impatto economico dei mancati trasferimenti assicurativi. In assenza di polizza, i costi di bonifica — stimati tra 200.000 e 4 milioni di euro, con punte superiori in caso di contaminazioni profonde — ricadono interamente sulle imprese. Tra il 2006 e il 2023, circa 20.000 aziende sarebbero fallite proprio per l’impossibilità di sostenere tali oneri.
Quando il responsabile non è individuabile o non interviene, il peso si sposta sulla collettività: secondo il Rapporto ISPRA 424/2025, in Italia si contano 484 siti orfani già destinatari di circa 500 milioni di euro di fondi pubblici, anche attraverso il PNRR. Più ampio ancora il perimetro potenziale del problema: il mercato delle bonifiche è stimato tra 43 e 92 miliardi di euro.
ANIA segnala una crescente attenzione delle imprese verso la gestione assicurativa dei rischi ambientali, pur in un contesto di diffusione ancora limitata. L’associazione richiama la necessità di rafforzare prevenzione e strumenti assicurativi strutturati, anche alla luce dell’aumento dei fenomeni naturali estremi e dell’esperienza maturata nel segmento catastrofi naturali.
Sul fronte distributivo, l’AIBA evidenzia il ruolo crescente dei broker nella costruzione di soluzioni dedicate. Flavio Sestilli, presidente dell’associazione, ha sottolineato come l’evoluzione normativa e i criteri ESG stiano spingendo le imprese verso modelli di gestione del rischio più evoluti, richiamando al tempo stesso l’importanza della prevenzione come elemento ancora sottovalutato.
In un contesto in cui la pressione regolatoria e ambientale aumenta, la distanza tra esposizione al rischio e copertura assicurativa rimane quindi ampia, con implicazioni dirette sia sulla sostenibilità delle imprese sia sulla tenuta della finanza pubblica.