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S&P: le assicurazioni globali reggono gli eventi catastrofali estremi, ma la concentrazione dei rischi climatici resta un punto critico

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Giovedì, 7 Maggio, 2026 - 08:03
Autore: Gillespie

Il nuovo stress test di S&P Global Ratings fotografa un settore assicurativo globale che, pur sotto pressione per l’intensificarsi degli eventi climatici estremi, mantiene una solidità complessiva significativa.

L’analisi, basata su uno scenario di catastrofe con frequenza 1-in-250 anni, mostra che la maggior parte degli assicuratori e riassicuratori riuscirebbe ad assorbire l’impatto senza compromettere il proprio merito di credito. Una resilienza che, come sottolinea Craig A. Bennett “si fonda sulla qualità dei programmi di riassicurazione, sulla gestione dell’esposizione e sui livelli di capitale che gli operatori mantengono” (Primary Credit Analyst del report di S&P Global Ratings).

Il contesto in cui si inserisce lo studio è tutt’altro che rassicurante. Nel 2025 le perdite assicurate globali hanno superato per il sesto anno consecutivo i 100 miliardi di dollari, mentre eventi come l’uragano Ian o gli incendi in California hanno evidenziato la crescente frequenza e severità dei fenomeni meteo-climatici. Nonostante ciò, i 50 maggiori gruppi assicurativi analizzati conservano in media un surplus di capitale del 18% dopo lo shock simulato, con il rischio catastrofale che assorbe circa il 70% del buffer residuo.

La protezione riassicurativa continua a svolgere un ruolo decisivo. I top-50 presentano un’esposizione lorda potenziale di circa 430 miliardi di dollari, che scende a 225 miliardi al netto della riassicurazione e si riduce ulteriormente grazie ai premi catastrofali. L’utilizzo della riassicurazione si mantiene stabile intorno al 50%, con differenze rilevanti tra gruppi più grandi — caratterizzati da minore concentrazione dei rischi — e operatori di dimensioni inferiori, più dipendenti dalle coperture esterne.

Non mancano tuttavia segnali di vulnerabilità. Undici assicuratori mostrano, nello scenario estremo, un livello di capitale insufficiente rispetto al rating attuale, mentre altri quattordici scendono sotto una soglia di sicurezza del 10%. In questi casi, osserva Taos D. Fudji, “il supporto straordinario del gruppo può rappresentare un fattore determinante per la stabilità del rating” (Secondary Credit Analyst).

S&P evidenzia inoltre come i profili di rischio finanziario incorporino già numerosi aggiustamenti negativi legati alla volatilità dei risultati e alla concentrazione dei rischi catastrofali. Circa l’80% degli assicuratori più esposti riceve infatti correzioni specifiche al proprio financial risk profile, a conferma di un approccio prudenziale che mira a catturare anche rischi non immediatamente visibili nei modelli quantitativi.

Il capitale complessivo dei top-50, pari a circa 1.000 miliardi di dollari, subirebbe una riduzione media di 110 miliardi nello scenario 1-in-250 anni, mantenendo comunque un buffer residuo significativo. Anche in uno scenario più severo, con frequenza 1-in-500 anni, circa il 60% degli operatori conserverebbe un surplus coerente con il rating attuale.

Il quadro che emerge è quello di un’industria che ha imparato a convivere con la nuova normalità climatica, rafforzando strumenti di mitigazione e strategie di diversificazione. Tuttavia, la crescente concentrazione dei rischi e l’aumento strutturale delle perdite mettono in evidenza la necessità di un’evoluzione continua dei modelli di capitale e delle politiche di underwriting. Una sfida che, come ricorda Patricia A. Kwan, “richiede un equilibrio costante tra capacità di assorbimento del rischio e sostenibilità dei risultati nel lungo periodo” (Secondary Credit Analyst).

Il settore appare dunque solido, ma non invulnerabile. La capacità di adattarsi a un clima sempre più imprevedibile sarà il vero discrimine competitivo dei prossimi anni.

Tag: 
S&P
Danni catastrofali

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