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I risultati dell’osservatorio risk management su PMI italiane

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Venerdì, 15 Febbraio, 2013 - 07:10
Autore: Gillespie

Presentati a Milano i risultati della prima edizione dell’Osservatorio sul Risk Management nelle PMI italiane, realizzato dal Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, nell’ambito delle attività di ricerca della Cattedra Cineas di Global Risk Management, in collaborazione con the FinC - the Finance Centre e con Confapi Industria.

Obiettivo dell’indagine era, in particolare, analizzare lo stato dell’arte relativo alle pratiche di gestione del rischio adottate dalle imprese italiane non finanziarie di piccole e medie dimensioni, dunque studiare la loro cultura di rischio, i metodi scelti, evidenziare le aree di rischio più rilevanti, la frequenza dei controlli, l’intensità degli investimenti, la propensione al rischio (risk appetite).

Solo l’1% delle imprese ha previsto, all’interno della propria struttura, un addetto dedicato a tempo pieno alla gestione del rischio. L’11% si rivolge a una figura esterna, mentre la maggior parte (88%) assegna il compito a una figura interna, che si occupa del risk management a tempo parziale. Tale conclusione riflette l’organizzazione tipica delle PMI, dove mancano spesso confini netti tra ruoli e competenze. La cultura del rischio rappresenta una conquista abbastanza recente, dato che ben il 72% delle imprese adotta tecniche di risk management da meno di 5 anni e solo il 13% da più di 10 anni. Nel 28% dei casi il Consiglio di Amministrazione non è coinvolto nel processo di gestione del rischio, nel 43% esso definisce la strategia, mentre nel 27% monitora che l’esposizione al rischio sia coerente con il profilo desiderato. Il coinvolgimento del CdA aumenta poi all’aumentare della maturità del sistema di gestione del rischio. Solo l’1% del campione considera il livello di rischio assunto per definire le proprie politiche retributive.

Su un campione di 427 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale e appartenenti a tutti i settori dell’economia. Il 53% del campione percepisce il rischio come un’opportunità da cogliere e da gestire attivamente, contro un 31% che lo vede come qualcosa di negativo da evitare ad ogni costo e un 16% che non lo considera tra le scelte strategiche, ritenendolo un aspetto marginale rispetto alla gestione del business. In parziale contrasto con tale consapevolezza, emerge come a spingere verso l’adozione di un sistema di gestione del rischio siano soprattutto fattori esogeni.

Il 33% delle imprese considerate afferma il prevalere di un approccio proattivo alla gestione dei rischi, volto, cioè, all’identificazione delle diverse tipologie di rischio e allo studio delle correlazioni esistenti tra dinamiche competitive e fattori di rischio (percentuale che sale al 45% se si considerano le sole aziende che hanno dichiarato di vedere delle opportunità nell’assumere rischi). Nel 25% dei casi si adotta invece una copertura sistematica di specifiche categorie di rischio precedentemente mappate, infine il15% utilizza solo polizze assicurative e il 27% adotta un approccio reattivo.

Tra le varie tipologie di rischio, sono quelli operativi a essere presi maggiormente in considerazione: si presta attenzione soprattutto (53% del campione) al rischio connesso ai processi aziendali, ossia all’eventualità che qualche imprevisto incida sul corretto svolgimento del core business.

Con riferimento ai rischi strategici, sono invece i rischi di concentrazione e di controparte a essere più considerati (rispettivamente dal 51% e dal 49% del campione). Decisamente inferiori sono le cautele riservate al rischio di reputazione(19%), malgrado la centralità dello stesso per l’immagine e la credibilità verso gli stakeholder, dunque per la sopravvivenza del business. Ancor meno considerati i rischi politici (11%) e normativi (18%), segnale di una norma vista più come obbligo da adempiere che come stimolo al miglioramento delle procedure.

Tra i rischi finanziari, prevalgono quello di credito (60%) e di liquidità (32%), segue il rischio dei tassi d’interesse e solvibilità (30%). Ancora poco considerato è, invece, il rischio di cambio (15%), nonostante la crisi spinga sempre più le imprese a guardare oltre i confini nazionali per rilanciare il proprio business, attraverso lo scambio con Paesi dotati di monete diverse dall’euro. Maggiore attenzione dovrebbe essere dedicata, visto il contesto turbolento attuale, anche al rischio di fluttuazione dei prezzi delle commodity (14%) e a quello di inflazione (7%).

Ma come percepiscono il proprio profilo di rischio le PMI italiane? Il 58% di esse ritiene che sia medio, il 25% lo ritiene basso e il 17% alto. I settori più “rischiosi” sembrano essere quello delle costruzioni e del commercio, rispettivamente con il 29% e il 15% del campione che ritiene alto il rischio (contro l’8% della manifattura e il 4% dei servizi). Il 35% del campione segnala un aumento del proprio profilo di rischio negli ultimi cinque anni e il 25% si aspetta un ulteriore aumento nei prossimi anni. Si intravede comunque una percezione di incertezza: domina, tra le prospettive future, l’idea di un profilo di rischio volatile (37%), mentre è minima la quota di quanti prevedono una diminuzione del rischio (5%). Con riferimento alle procedure adottate dalle PMI italiane nell’ambito del risk management, l’indagine rileva come la maggior parte delle aziende interrogate (41%) formalizzino la fase di valutazione dei rischi. Le fasi di identificazione e gestione del rischio sono formalizzate entrambe dal 34% del campione, mentre meno formali – ma pur sempre presenti – sono le fasi di monitoraggio dei fattori di rischio (23%) e di reporting e comunicazione ai vari livelli dell’organizzazione (10%). L’82% delle imprese formalizza, inoltre, meno di tre fasi su cinque, e solo il 3% le formalizza tutte.

In particolare, relativamente alla prima fase di identificazione dei fattori di rischio, si nota come le PMI italiane si basino soprattutto su esperienze passate (49%) e su analisi strutturate dei processi (48%). Seguono checklist (24%) e le ispezioni (22%), mentre marginale è il ricorso a brainstorming (9%), a modelli specifici (FTA, FMEA, HAZOP, HACCP, al 6%), ad analisi swot (5%), a questionari per i dipendenti (3%) e a interviste o focus group (2%).

Nella fase di valutazione dei rischi emerge come siano notevolmente considerati gli impatti di tipo finanziario (63%), molto più di quelli di tipo reputazionale (15%); sono, invece, tenute ancora in scarsa considerazione le probabilità di accadimento (37%). Prevalgono, nella valutazione, tecniche di tipo quantitativo (35%, percentuale che sale al 53% con riferimento alle sole imprese che hanno dichiarato un profilo di rischio alto), rispetto a quelle semi quantitative (14%), qualitative (5%) e pure rispetto a una combinazione di queste tecniche (31%).

Nella fase di gestione, le modalità maggiormente adottate sono, per quanto riguarda i rischi di natura operativa e finanziaria, la riduzione (risk reduction, minimizzare cioè la probabilità di accadimento e l’impatto di eventi rischiosi attraverso tecniche di prevenzione e protezione) e il trasferimento a terzi (risk transfer: si assume una posizione rischiosa opposta a quella da gestire che sfrutti il principio della compensazione per ridurre il rischio complessivo, ad esempio la stipulazione di una polizza assicurativa che copra rischi poco probabili ma notevolmente dannosi, come incendi e catastrofi naturali). Per gestire i rischi strategici si adottano, invece, data la loro natura, soprattutto i contingency plans (in sostanza dei piani di emergenza alternativi, l’accantonamento di un certo ammontare di risorse finanziarie per intervenire in caso di eventi inattesi e potenzialmente dannosi, al 18%).

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