
Secondo l’ultimo indice pubblicato da Verisk Maplecroft il numero di paesi colpiti da “rischio normativo” è tre volte maggiore rispetto a quelli che soffrono di instabilità politica.
Con questa espressione si intende un insieme di condizioni legislative, fiscali e istituzionali poco adatte allo svolgimento di attività imprenditoriali: in sostanza un sistema di regolamentazione che non fornisce sufficienti garanzie e sicurezze.
Sebbene le cronache riportino continuamente notizie di attacchi terroristici, conflitti armati e situazioni di grave rischio politico, questo studio svela che l’instabilità del sistema normativo è una minaccia ben più grave per il buon svolgimento delle attività economiche e finanziarie su scala globale (specialmente per le imprese multinazionali).
La stima di Maplecrof è che ci siano almeno 90 paesi al mondo con un ecosistema economico a rischio a causa di un mancato rispetto dei diritti proprietari, di regolamentazioni obsolete e di una burocrazia non funzionante. Allo stesso tempo i paesi con un precario - o assente - equilibrio politico sono “soltanto” 29. Un ulteriore aspetto da non sottovalutare è poi il fatto che i dissesti di potere sono di solito localizzati in una singola area del paese, mentre le carenze legislative hanno ripercussioni sull’intero territorio nazionale.
Tra gli stati che presentano un alto Regulatory Risk Index troviamo due categorie di paesi molto importanti per l’attività economica mondiale:
- Alcuni tra i maggiori produttori di risorse naturali: Venezuela (7° paese più rischioso), Repubblica Democratica del Congo (10°), Myanmar (11°), Bolivia (14°), Nigeria (20°) e Angola (22°).
- Leader della produzione manifatturiera a basso costo: Bangladesh (13°), Cambogia (15°), Indonesia (24°), India (34°), Filippine (62°), Kenya (70°) ed Etiopia (79°).
Chiaramente nell’indice confluisce un insieme eterogeneo di tipologie di rischio: si va da un’inadeguatezza della copertura contrattuale, al rischio di espropriazione degli asset, a modifiche impreviste (e imprevedibili) delle normative vigenti – per citare solo alcune delle problematiche più diffuse.
Sapendo a cosa vanno incontro, i grandi gruppi industriali sono disincentivati a investire in questi paesi. In particolare i nove a essere percepiti come meno sicuri sono Nord Korea, Somalia, Zimbabwe, Cuba, Repubblica Centrafricana, Siria, Venezuela, Turkmenistan ed Eritrea.
Dall’altro lato della scala invece i paesi più virtuosi – quindi i più attrattivi - sono Singapore, Norvegia, Danimarca, Nuova Zelanda e Svezia.