
Il mercato del lavoro italiano continua a muoversi, ma non sempre nella direzione che i giovani sperano. L’occupazione cresce, è vero, e negli ultimi anni ha toccato livelli record. Eppure, dietro questa fotografia incoraggiante, l’immagine si sgrana: la qualità dei lavori disponibili non segue lo stesso ritmo, e la distanza tra aspettative e realtà resta ampia.
È quanto emerge dal focus “giovani e lavoro” dell’Osservatorio GenerationShip 2025 di Changes Unipol, realizzato da Kkienn Connecting People and Companies, che ha analizzato la condizione dei 23-35enni in un Paese dove il lavoro c’è, ma spesso non basta.
Il nodo centrale è la precarietà. Un terzo dei giovani lavora con contratti non standard, più del doppio rispetto agli adulti. Per le donne la situazione è ancora più fragile: oltre il 40% ha un contratto atipico e il 56% guadagna meno di 1.500 euro al mese, contro il 35% dei coetanei maschi. Non sorprende, allora, che una giovane su tre non riesca a mantenersi senza l’aiuto della famiglia. E non è solo una questione di genere: i nuovi posti creati tra il 2023 e il 2025 si concentrano in settori a bassa produttività – servizi, turismo, trasporti, edilizia – spesso con part-time involontari o contratti temporanei.
L’occupazione sale, ma il PIL resta fermo. È un paradosso che racconta bene la distanza tra quantità e qualità.
In questo scenario, i giovani non appaiono rassegnati. Anzi, sono più mobili, più esigenti, più pronti a cambiare strada quando il lavoro non risponde alle loro aspettative. Il 46% sta già cercando un nuovo impiego, una percentuale molto più alta rispetto agli adulti. Le donne cambiano più spesso, gli uomini guardano di più all’estero, anche se l’idea di trasferirsi è meno diffusa rispetto al passato: dal 58% del 2023 si è scesi al 41% nel 2025. Non è la mancanza di lavoro a spingere via, ma la mancanza di un lavoro “giusto”.
La ricerca di un impiego passa sempre più dal digitale: annunci online, social, app. L’online è diventato il canale dominante, mentre l’offline arretra. Eppure, nonostante questa maggiore accessibilità, la fiducia non è altissima. Solo il 49% dei giovani crede di poter trovare un lavoro all’altezza delle proprie aspettative, con un divario di genere evidente: il 59% degli uomini è fiducioso, contro appena il 38% delle donne. Intorno ai trent’anni, la fiducia femminile crolla, per poi risalire lentamente.
Le criticità percepite sono chiare: basse retribuzioni (60%), precarietà (46%), scarsa meritocrazia (41%), una cultura manageriale considerata arretrata (23%). Eppure, i giovani non si vedono come vittime. Si percepiscono più innovativi, più adattabili, più competenti sul piano tecnologico rispetto agli adulti, ai quali riconoscono però maggiore solidità ed esperienza. È una consapevolezza reciproca, quasi un patto implicito tra generazioni.
Ma cosa conta davvero per i giovani nel lavoro?
Non più la carriera come un tempo. Oggi al primo posto c’è il benessere complessivo: equilibrio vita-lavoro, salute, qualità della vita. L’autorealizzazione segue a ruota. Ambizione e competizione scivolano indietro. La retribuzione ideale si aggira intorno ai 2.000 euro netti al mese, ma non è solo una questione economica: chiedono orari flessibili, weekend liberi, limiti al lavoro fuori orario. E sono disposti a rinunciare a carriera e stipendi più alti pur di ottenere un equilibrio migliore.
Nonostante tutto, la maggioranza dei giovani si dichiara moderatamente soddisfatta del proprio lavoro, soprattutto per sicurezza, ambiente e bilanciamento vita-lavoro. Le vere spine restano la retribuzione e le opportunità di crescita. Non a caso, quando valutano un cambio, guardano prima allo stipendio, poi all’equilibrio personale, poi alle possibilità di sviluppo. E per trattenerli, le aziende devono partire proprio da lì.
Lo sintetizza con chiarezza Vittorio Verdone, Chief human resources & internal communication officer del Gruppo Unipol: “Il focus sul lavoro restituisce l’immagine di una generazione tutt’altro che disimpegnata, ma estremamente esigente. I giovani non cercano scorciatoie, bensì condizioni eque: una retribuzione adeguata, sicurezza, rispetto del tempo personale e opportunità di crescita reali. Il lavoro resta centrale, ma deve essere sostenibile e di qualità. Si percepisce anche la ricerca di aziende che esprimano valori in cui potersi riconoscere. Se queste condizioni non ci sono, il cambiamento diventa una scelta razionale, non una fuga. Comprendere queste aspettative è oggi fondamentale per qualsiasi organizzazione che voglia attrarre e trattenere giovani talenti”.