
A oltre tre anni dal lancio di ChatGPT, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro resta parzialmente invisibile nelle statistiche aggregate, ma inizia a emergere in specifici segmenti, soprattutto nei ruoli di base dei settori più vulnerabili.
Lo studio congiunto di Coface e dell’Observatoire des Métiers Menacés et Émergents offre una mappatura dettagliata dell’esposizione all’automazione delle mansioni che compongono 923 professioni, evidenziando uno spostamento della frontiera: ora a rischio sono soprattutto le mansioni cognitive, complesse e qualificate, aprendo scenari di trasformazione profonda della struttura occupazionale.
La metodologia sviluppata dall’OEM scompone ciascuna professione in mansioni, ulteriormente suddivise in azioni elementari, descritte come triplette (verbo, oggetto, contesto), e valuta l’automazione attraverso regole esplicite e riproducibili, migliorando granularità e prospettiva rispetto agli studi precedenti. Coface ha contribuito a pesare le mansioni secondo frequenza e importanza, estendendo l’analisi a quasi trenta Paesi e fornendo uno strumento che misura il potenziale tecnico di automazione senza anticipare necessariamente la perdita netta di posti di lavoro, considerando solo l’offerta e non la domanda o la creazione di nuove mansioni.
Lo studio mostra che l’AI colpisce principalmente le attività qualificate e ad alta intensità informativa: ingegneria, IT, finanza, diritto, professioni creative e analitiche presentano una quota di mansioni automatizzabili superiore al 30%, soglia identificata come indicativa di trasformazione profonda. Al contrario, settori manuali o basati su interazioni umane difficili da standardizzare, come manifattura, edilizia, manutenzione, trasporti, ristorazione e alcune attività sanitarie, risultano meno vulnerabili, mentre le professioni a contatto con il pubblico mantengono una posizione intermedia.
L’esposizione varia significativamente tra Paesi: dalla Turchia con circa il 12% di contenuto lavorativo a rischio, al Regno Unito con quasi il 20%. Le economie orientate ai servizi qualificati risultano più esposte, mentre quelle con prevalenza di lavoro fisico o servizi tradizionali mostrano una vulnerabilità inferiore. L’Italia, con il 15,5% delle mansioni a rischio nello scenario “Special Agent”, si colloca leggermente sotto la media europea grazie alla sua struttura economica caratterizzata da manifattura, commercio e servizi tradizionali, mentre il peso relativamente contenuto di ICT e management di alto livello mantiene il Paese in una posizione più protetta. Pietro Vargiu, Country Manager di Coface Italia, sottolinea: “Il posizionamento dell’Italia sotto la media europea non deve indurre a un falso senso di sicurezza. Quello che oggi ci protegge non è una barriera permanente: quando l’AI agentiva raggiungerà piena maturità, gli effetti si propagheranno lungo tutta la catena del valore”.
Oltre alla dimensione occupazionale, la diffusione dell’AI solleva interrogativi sul valore del lavoro, la protezione sociale, la formazione e le disuguaglianze. Automatizzando mansioni qualificate, il trasferimento di valore dal lavoro al capitale potrebbe ridurre gettito fiscale e aumentare la spesa pubblica, mentre il legame tra istruzione e sicurezza occupazionale potrebbe indebolirsi, richiedendo competenze complementari all’AI come giudizio, adattabilità e supervisione. Inoltre, la concentrazione degli asset critici dell’AI in pochi Paesi o aziende genera nuove vulnerabilità geopolitiche e operative.
Lo studio conclude che l’AI non si limita ai margini del lavoro ma investe funzioni cognitive e non routinarie, aprendo scenari in cui la trasformazione delle mansioni potrebbe ridisegnare il lavoro stesso e gli equilibri economici che lo sostengono, con impatti significativi su reddito, valore aggiunto e gettito fiscale.